Mentalizzare: prendersi cura della propria mente adulta

Michele Visentin | Uncategorized

Mentalizzare: prendersi cura della propria mente adulta

Una componente fondamentale di ciò che significa essere umani è la capacità di percepire e comprendere il comportamento in termini di stati mentali intenzionali (Fonagy, 2002). Questa capacità, però, non è innata.

Ethosjob crede che la formazione continua delle professioni di cura e i percorsi di sostegno alla genitorialità possano approfondire questo ambito di ricerca, decisivo per l’umanizzazione delle nostre relazioni interpersonali.

Gli studi sulla mentalizzazione cercano di comprendere come l’assenza di questa funzione riflessiva possa essere responsabile di alcune condizioni psicopatologiche e di quanto sia importante mentalizzare all’interno di una relazione di cura o psicoterapeutica.

All’interno di contesti educativi e di sostegno alla genitorialità, così come all’interno di strutture sanitarie e di riabilitazione, comunque non in presenza di disturbi psichici, la mentalizzazione ha occupato una posizione marginale e destato interesse solo in pochi educatori e operatori.

In realtà, la capacità non solo di tenere a mente la propria mente, ma anche quella di sentire la mente dell’altro rappresentano fattori protettivi all’interno delle relazioni da un punto di vista della prevenzione primaria e secondaria. Ovvero da un punto di vista educativo e di cura.

Concepire la relazione educativa e di cura come una relazione con una mente altra, che ha un suo modo di rappresentarsi la realtà, di sentirla e di valutarla, ma soprattutto con una mente legittimamente altra, significa rivalutare l’imperfezione dei nostri tentativi di connessione con gli altri, la necessità di connessioni non soverchianti, l’importanza, soprattutto per i genitori di rispecchiamenti affettivi marcati (Fonagy, Gergely, Yurist ed al. 2002).

Poiché un tratto caratteristico della mentalizzazione è la condivisione, riflettere su questa capacità della mente significa anche interrogarsi sul nostro modo (a tratti patologico) di intendere la relazione educativa come un dover mettere in ordine il disordine, rischiarare l’opacità, correggere l’errore. Soprattutto nelle situazioni di sofferenza.

Frenando l’impulso a correggere, la mente adulta mentalizzante non soverchiante stabilisce invece un contatto non solo con un comportamento, ma con una mente altra che ha una sua sensibilità, credenze proprie, percezioni soggettive, scopi personali.

Abbiamo tutti bisogno, come educatori in particolare, di sviluppare capacità immaginative, giocare con la realtà, vedere il mondo dalla prospettiva degli altri e di aiutarli a entrare in contatto con il proprio mondo interno.

Potenziare questa funzione riflessiva è importante per il professionista che si occupa di relazioni di cura e per i genitori impegnati a costruire uno stile di attaccamento sufficientemente sicuro. Perché questo si realizzi, però, è importante che professionisti e genitori si prendano cura della loro mente adulta.

Insegnanti, medici, personale infermieristico, genitori, hanno in comune, infatti, non solo il compito di promuovere un atteggiamento mentalizzante nelle persone con le quali entrano in relazione, ma anche la responsabilità di potenziare la loro capacità di mentalizzazione e di comprendere se stessi (non solo gli altri) come agenti mentali.

Michele Visentin, formatore & counselor, chief project Manager Officer EJ

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